Quale genere di film piace vedere al pubblico nostrano? Una commedia, soprattutto se italiana, è senz’altro la risposta sulla quale io scommetterei. C’è dapprima una ragione sociologica che mi ha portato ad arrivare a questa conclusione che riguarda il “cinema” inteso come luogo fisico nel quale lo spettatore va alla ricerca di una storia che lo possa far divertire, distrarlo dalle difficoltà quotidiane, poi ce n’è una storica che riguarda invece più strettamente la nostra tradizione cinematografica che proprio sulla commedia ha costruito le sue fortune e le sue migliori pellicole, andando a conquistarsi premi prestigiosi in tutto il mondo ed infine una commerciale dal momento che questo tipo di genere, dati alla mano, risulta di gran lunga il più prodotto in Italia. Nonostante tutta questa serie di ragioni però, il numero di biglietti venduti e di conseguenza di incassi dal 2013 a oggi è drasticamente diminuito, si può riflettere quanto si vuole sulle cause di tale ‘crisi’, ma risulta evidente come la qualità nostrana delle commedie prodotte sia oggi veramente scarsa, per non dire pessima e forse il pubblico se n’è accorto. Lo scorso Marzo il noto critico cinematografico Paolo Mereghetti (nella foto) ha pubblicato un articolo in cui lanciava provocatoriamente l’idea di varare una legge che impedisse per almeno due anni di produrre commedie in modo da disintossicare produttori, sceneggiatori e pubblico medesimo da tale ‘sostanza’. E’ lampante e anche fisiologico che la commedia italiana di una volta non esista più, ovvero quella dei vari Risi, Monicelli, Zampa, Pietrangeli, De Sica, Germi (e tanti altri), si tratta in fondo di un ciclo che si è esaurito, di un mondo che è cambiato, ma il dramma è che non vi è stato un rinnovamento e chi ha provato a prenderne il testimone, a parte rare eccezioni, non si è dimostrato sicuramente all’altezza. Questa crisi mette altresì in evidenza che il difetto del nostro cinema non è da ricondursi quindi ad un’anomalia trasversale che lo contamina nella sua totalità, attraversandolo in lungo e in largo, ma è più un’impasse culturale che spinge i produttori a non voler rischiare di battere nuove strade, a sperimentare (si fa per dire) nuovi generi che in realtà di nuovo non avrebbero niente se non il fatto di vederli prodotti in casa nostra. Analizzando ancora la commedia, si può notare una deriva ben precisa di questo genere che forse è la causa principale del suo alto grado di atrofizzazione. La commedia non è comica, si ride, si ride molto e se scritta bene anche di gusto, ma andare a vedere una commedia non equivale ad andare a vedere un film comico. Qui sta la differenza sostanziale, a mio parere, tra i film degli anni ’60 e ’70 e quelli dei giorni nostri. Stiamo infatti assistendo sempre maggiormente a una commedia che sta perdendo il suo lato malinconico e amaro che ne faceva la marca stilistica per eccellenza, finendo per vedere trame esili, sciatte e volgari che mancano di spessore, di brillantezza, soprattutto a livello di scrittura. Non è infatti un problema né di regia, né di attori di cui siamo ancora abbastanza dotati, in particolar modo abbiamo degli ottimi caratteristi che sanno bucare benissimo lo schermo, ma di sceneggiatori che mancano d’inventiva e fantasia e soprattutto di produttori sprovvisti di coraggio e idee. Se, come diceva ne “L’attimo fuggente” il Professor Keating ,“bisogna sempre guardare le cose da angolazioni diverse”, ecco, questo è il momento!