Era ancora notte – quel 28 gennaio del 1950 – quando giunse alla stazione di Casarsa il treno diretto a Roma. Tra i pochi passeggeri che presero posto dentro i vagoni c’era anche una madre col figlio. Lei aveva cinquantanove anni e si chiamava Susanna, Susanna Colussi coniugata Pasolini; lui, invece, di anni non ne aveva ancora compiuti trenta e il suo nome era Pier Paolo. Nel corso di quel lunghissimo viaggio madre e figlio fecero esperienza della profonda verità contenuta nelle parole che, molto tempo prima, la grande poetessa russa Marina Cvetaeva aveva affidato a una lettera: “Esistono due tipi di partenze: partire da e partire per”. Quella di Susanna e di Pier Paolo fu, a tutti gli effetti, una fuga da una terra, visceralmente amata, il Friuli sulla destra del Tagliamento, che, di colpo e inaspettatamente, aveva mostrato, in particolare al figlio, un volto estraneo e ostile. Certo, il trascorrere degli anni finì col dare sempre più importanza al per rispetto al da, se è vero che proprio a Roma si aprì una nuova e straordinaria stagione creativa per Pasolini, che lasciò la sua impronta indelebile nella cultura italiana con le sue raccolte di poesie, i suoi romanzi, i suoi film, i suoi articoli apparsi sul “Corriere della Sera”. In quel momento, però, in quel 28 gennaio del 1950, Susanna e Pier Paolo, complici come due fidanzati, indivisibili come soltanto chi sente scorrere il medesimo sangue nelle vene può esserlo, partivano “da”, partivano per fuggire, partivano per lasciarsi alle spalle scandali, incomprensioni, tradimenti. Questo viaggio da Casarsa a Roma è al centro anche del mio ultimo libro, “Pier Paolo, un figlio, un fratello”, – un romanzo più che un saggio di critica letteraria – che uscirà nel mese di settembre, edito da “Nuova Immagine Editrice” (Siena). Si presenta come un monologo, scandito dalle “intermittenze del cuore” del protagonista, nel corso del quale Pasolini ripensa a quelli che sono stati gli episodi cruciali dei suoi primi ventotto anni di vita (era nato, infatti, nel 1922 a Bologna): le estati trascorse a Casarsa, i corsi universitari nella città felsinea e l’incontro con Roberto Longhi, la pubblicazione nel 1942 di “Poesie a Casarsa”, apprezzate e recensite anche da Gianfranco Contini, l’iscrizione al PCI, la partecipazione a dibattiti e convegni, la scoperta e la faticosa accettazione della propria omosessualità, l’esperienza dell’insegnamento, l’amore per la pittura. Un monologo che, almeno nelle mie intenzioni, dovrebbe servire soprattutto a chiarire la natura del rapporto che unì Pasolini a sua madre e a suo fratello Guido, di tre anni più giovane di lui, ucciso nel 1945 dai partigiani comunisti, italiani e slavi. E’ mia convinzione incrollabile, infatti, che senza la conoscenza di questi rapporti, resta preclusa al lettore la possibilità di comprendere fino in fondo Pasolini uomo e Pasolini artista.