“L’impressione mia è che i senesi siano tutto sommato contenti. Contenti della loro città, contenti dei loro amministratori, contenti di quel poter politico che dal dopoguerra calamita il loro consenso e si assume, con qualche ricambio generazionale, l’onere della gestione della città stessa. La disoccupazione non tocca a Siena i limiti travalicati da altre realtà, i servizi contribuiscono al benessere generale, i ristoranti si moltiplicano ed in essi i lavori più umili non vengono eseguiti da senesi. Aggiungo infine che molti di quei senesi che vanno fuori, sviluppata la propria professionalità, poi tendono a tornare; e questo spiega bene come la città, almeno comparativamente, sia un’attrattiva di benessere”.

Un’altra collina, un’altra veduta sulla città. Nella campagna vivace che fa da preambolo alle più rigorose asperità del Chianti, vive Giovanni Grottanelli de Santi. Si proclama di età veneranda e disdegna la lettura dei fatti quotidiani senesi. Di primo acchito, le sue considerazioni sembrerebbero banali e contrastanti il diffuso malessere che si percepisce a Siena, ma sarebbe uno sbaglio fermarsi alla prima impressione, perché il Professore ha solo aperto la propria chiacchierata con un postulato. Leggendo una sua recente pubblicazione in tema di “Tolleranza della Corruzione” (Rassegna Parlamentare, Gennaio-Marzo 2015, Jovene Ed.) si comprende bene come la sua lettura dei fatti sia meramente consequenziale.

Citando John Locke, riconosciuto padre del pensiero liberale, Il Professore introduce nel suo saggio la tripartizione di regole cui la gente si uniforma nella società: il diritto, la religione e la morale comune. Su quest’ultima che è base del moderno consenso – e del conseguente dissenso che è sanzione sociale estremamente valida – riporta il pensiero del filosofo: “… chi fosse soddisfatto di vivere costantemente in disgrazia e circondato dalla disistima della sua società dovrebbe avere una natura strana e rara… oppure intessuta di insuperabili contraddizioni”.

E quindi siccome ogni collettività è degna del massimo rispetto fino a prova contraria, questo porta il Professore a stimare il grado di soddisfazione dei senesi. “Non potrebbe essere diversamente – dice Grottanelli – il fatto di aver recepito e digerito una formidabile sconfitta come reputo quella del Monte dei Paschi che, aldilà delle responsabilità dei singoli, ha reso evidenti le responsabilità o quantomeno l’inettitudine della classe dirigente, va in quella direzione. Io non voglio mettermi a fare paragoni coi tempi in cui ho guidato la banca, dico solo come sia innegabile che in pochi anni si sia distrutto un patrimonio”.

  • E dunque ora Sallustio cosa dirà?

Il Professore sorride. “Mi fa piacere che qualcuno ancora ci pensi. Forse è un’altra vestigia di un passato perduto, ma dal commesso al direttore centrale chi viveva la banca ogni tanto si poneva il dubbio di come la statua avrebbe interpretato il fatto del momento. Era indice di una fidelizzazione, quasi di una devozione, per l’interesse della banca. Era quello che Imi e San Paolo definivano il punto di forza maggiore di Mps. Era il primo passo che rendeva qualunque dipendente venuto da fuori, titolare di una carriera per merito, ansioso di diventare un senese egli stesso”.

  • Il suo è un giudizio negativo inappellabile sui destini della città?

“Non lo è. Credo che sui giornali si drammatizzi un po’ troppo. Credo che per ogni corrotto ci siano dieci cittadini che, a Siena come in Italia, ogni mattina vanno  al lavoro e tentano di dare il meglio di se stessi. Siena resta bellissima, contornata da una campagna splendida e valori paesaggistici non contaminati dall’industria. Ha tradizioni, storia, l’Università, una sanità buona, un’organizzazione della città. Ci sono poi le contrade che sono un ottimo esempio di decentramento interno. Compito dei senesi è solo quello di migliorare quello che c’è. Per esempio sveltire le pratiche di ritiro dei rifiuti che paralizzano a momenti la vita della città, far progredire università ed ospedale, trovare le dinamiche per intervenire su un turismo che si definisce fiorente ma che è fatto quasi esclusivamente da visite mattina-sera. Quelle andrebbero forse scoraggiate: dal punto di vista economico non sono rilevanti”.

  • Concetti che esprimono una visione conservatrice…

“Sono sempre stato un conservatore. Assolutamente non me ne vergogno. E per questo sono più convinto quando dico ai senesi di guardare oltre i loro bisogni. Aver cura degli interessi generali, difendere istituzioni come la Chigiana che ci aprono le porte del mondo. Ricordo Piero Barucci che mi invitava ad andare in Giappone con la raccomandazione di tener presente che là forse non conoscevano Siena, ma mi avrebbero chiesto della Chigiana. Ricordo un amico scomparso come “Chicco” Neri che mi raccontava di come Siena quando si propose di costruire la sua Cattedrale non si pose la questione di quale senese scegliere per affidargli il lavoro, ma di chi, nel mondo, fosse più meritevole di realizzare il capolavoro che si voleva fosse compiuto. Ricordo Ilio Bocci, un uomo di altra ideologia, ma che ha fatto molto per Siena. Chi si vuole mettere sulla strada di questi personaggi degni deve rendersi conto che la strada giusta è quella della sprovincializzazione. Credo sia il momento di farla finita con organizzazioni costituite per godere dei fondi del Monte, quel periodo non c’è più”.

  • Quindi la ricetta giusta sta nel passato non nell’anticipazione del futuro?

“Ritorno al saggio che le ho dato da leggere. In esso cito anche Montesquieu. In sintesi il pensiero che esprime è che quando le cose ci piacciono bisogna fare il possibile per conservarcele. Le persone che ho citato, e molte altre per le quali suppongo non ci sia lo spazio per farlo, avevano un’educazione di amore per la città, l’avevano ricevuta dalle proprie famiglie ed erano pieni di un sentimento di rispetto e affetto per Siena. E così era per i sentimenti di giustizia. Oggi c’è una maggiore tolleranza verso fatti illeciti, si è attenuato il giudizio morale, in enti come l’università suppongo si parli maggiormente dei posti da assegnare che dell’esigenza di migliorare l’insegnamento o la vita degli studenti. Questi sono aspetti che ci allontanano dalla prevalenza dell’interesse generale sugli interessi propri. Recuperare l’uno a scapito degli altri in modo permanente è compito dell’educazione che agisce sui giovani e li fa crescere. Purché ci sia consapevolezza ed accettazione da parte delle famiglie che questo sia un valore da recuperare in nome di Siena. Diversamente, come detto, io prendo atto che i senesi sono un popolo contento”.