Pag. 30 Se non ci si ferma alle apparenze c'è un Garibaldi tutto da scoprire foto 1

San Quirico d’Orcia appare all’improvviso, nascosto da colline argillose; in cima a una salita sulla destra venendo da Siena. Vi ero passato decine e decine di volte, indifferente nonostante conoscessi abbastanza la sua storia e la sua arte.

Ma conoscere non significa apprezzare; dalla strada, guidando, non mi sembrava meritare una sosta: case nuove, parcheggio, e niente altro. Dal finestrino lo scorrere anonimo di questa striscia di edifici dall’aspetto postbellico, senza fascino, determinava un giudizio cieco e frettoloso.

Guidavo con Antonio vicino, cercando, senza un programma preciso, una meta da raggiungere in quel sabato di primo autunno.  Era verso le 11 di mattina quando arrivammo all’altezza del distributore davanti al ristorante dell’Hotel Garibaldi; mi affiancai a una pompa per metter benzina, guardando i tavoli ancora fuori del locale, lasciati lì da un’estate che non voleva cedere all’autunno.

“Certo che ha un bel dire mia moglie sulla bellezza di questo paese; sembra invece squallido, nonostante il paesaggio in cui è immerso sia splendido. Sarà la strada, il traffico, il distributore circondato da questi capannoni…ma a me non ispira. Eppure bisogna che una volta o l’altra lo visiti” dissi, consegnando le chiavi del tappo del serbatoio al benzinaio.

“Perché non ci fermiamo ora: facciamo una giratina in centro, prendiamo un aperitivo e poi ripartiamo. Dai. Su, posteggia e andiamo” propose Antonio.

Dopo cinque minuti eravamo nel centro del paese. La sorpresa fu enorme. Rimasi folgorato. Mi sembrò perfetto: senza presunzione, essenziale, caldo e riservato, nonostante la Cassia fosse a un passo. Negli Horti Leonini sedemmo, su un muretto: era come essere su un’isola staccatasi dal mondo e fuggita lì a nascondersi tra quelle mura, timorosa del trascorrere del tempo.

Aveva proprio ragione mia moglie: era bellissimo. Ci sono ritornato spesso, da solo o in compagnia, ma sempre felice di farlo. Bevemmo, mi sembra un Aperol; dopo ci riavviammo al parcheggio dell’Hotel. Si era fatta ora di pranzo e già con la mano sulla maniglia dello sportello dell’auto proposi: “Mangiamo qui?”

“Mmh, non so. Mi sembra un posto da camionisti. Io ho voglia di qualcosa di più leggero e raffinato; e poi, non vedi, è anche pizzeria. Lo sai che non vado matto per la pizza”.

“Ho capito, ti danno noia il distributore e la strada vicina. Credo che tu ti fidi troppo delle apparenze; guarda che a volte si resta sorpresi da soste casuali, non studiate. Io proverei”.

“Va bene, proviamo. Vuol dire se va male ci rifaremo a cena”.

Entrammo in un ambiente semplice, senza pretese, ma pulito e accogliente: un’unica grande sala costituiva il ristorante, diviso dal bar da una porta sempre aperta, che permetteva di sentire e vedere i clienti che vi entravano.

Scegliemmo però un tavolo fuori, convinti dalla bella giornata senza vento. Scoprimmo che facevano anche pesce: ordinammo spaghetti alle vongole e chiedemmo che tipi di vino bianco avessero. La signora mi mostrò una vetrinetta refrigerata con alcune bottiglie e constatai soddisfatto che era possibile una scelta non grande ma sicuramente di buona qualità. Ordinai un Gewurztraminer e mi risedetti. Gli spaghetti arrivarono; cotti alla perfezione senza tracce di sabbia e con vongole freschissime e buone. Fare bene gli spaghetti alle vongole non è per niente facile e, se volete giudicare un ristorante che cucina pesce, non c’è modo migliore per farlo che ordinarne una porzione.

Ci sono piatti da usare come test di verifica della bontà di un locale: per esempio, se andate a Bologna, un ottimo sistema per rendersi conto della qualità del posto scelto è ordinare tagliatelle al ragù. Scelta che può a noi toscani lasciarci abbastanza indifferenti, perché per noi scontata, quasi da comitiva in gita, ma vi garantisco che se si conosce la cucina bolognese, anche solo un po’, è perfetta allo scopo.

Gli spaghetti alle vongole sono difficili da preparare bene perché non è semplice il salarli correttamente; la salsa che si crea nel piatto deve essere priva totalmente di granelli di sabbia e risultare quasi una crema velata che avvolga la pasta di grano duro senza risultare eccessivamente invadente. Insomma non è uno scherzo. E il cuoco deve essere in grado di equilibrare alla perfezione tutto.

Mangiammo molto bene; i piatti risultarono tutti semplici ma perfetti; era una cucina mai esagerata e eseguita da qualcuno esperto, professionalmente preparato. Ci alzammo soddisfatti e convinti che chi cucinava avesse un cuore e una mente fuori da quel contesto da autogrill.

Come nell’amore così nella ristorazione non sempre ciò che sembra banale e scontato è realmente tale, per questo quando posso io mi fermo con gioia al ristorante Garibaldi di San Quirico d’Orcia: in un distributore, su una strada trafficata, in mezzo a edifici squallidi ma a un passo da un tesoro infinito.

E vi dirò di più, è proprio la sua collocazione che lo fa respirare, con il suo modo nascosto di cucinare, quasi colto e pulito, insieme all’anima del paese degli Horti Leonini.