In queste ultime miti giornate autunnali la conclusione dell’anno contradaiolo ci è venuta incontro come un raggio di sole che illumina senza scaldare. Nelle parole degli anziani davanti alla società di Contrada, nei manifesti appesi, negli appuntamenti all’uscita di scuola, i banchetti di chiusura sono tornati con premurosa costanza. Un popolo che si ritrova è sempre una festa. E’ orgoglio e bellezza. Però c’è quella parola, conclusione; però c’è quell’etimologia – dal latino composto da “cum” e “claudere” – che suggerisce malinconicamente l’idea di una pagina che si volta, di una porta che si chiude, di un percorso che ha termine. Certo, lo si fa insieme agli altri contradaioli, nel rione che più ci è caro, nel territorio che conserva e suscita dolci memorie personali. Ma non basta, non può bastare, questa dimensione splendidamente affettiva e comunitaria dell’esistenza a cancellare l’idea della fine che la parola “conclusione” contiene, insieme e accanto all’idea di compimento. Tutti lo sappiamo. C’era qualcosa da fare ed è stato fatto, ed è stato fatto bene. Ne siamo certi. In Contrada tutto si è compiuto come doveva compiersi, al punto che questo rimarrà un anno da ricordare, sia per la dirigenza che per il popolo. Eppure non è sufficiente questo pensiero ad attenuare la tristezza che ci prende davanti alla fine, ad ogni fine, specie quando non si è più giovani, e tanti di quelli che, al pari di noi, anno dopo anno lessero su un manifesto “conclusione dell’anno contradaiolo”, non ci sono più. Il mio pensiero corre a tutti quei senesi che stavolta non hanno festeggiato S.Ansano, perché non sempre terminare consente di ricominciare, perché gli occhi che contemplano l’alternarsi delle stagioni sono occhi mortali.