Lo scorso 15 novembre la Procura della Repubblica ha riaperto l’indagine sulla morte di David Rossi, responsabile della Comunicazione di Banca Mps.

Dopo il decesso il 6 marzo 2013 a seguito della caduta dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, il Gip archiviò la morte come suicidio su istanza dei Pm il 5 marzo 2014, quindi l’8 novembre dello stesso anno la Procura Generale rigettò l’istanza per la riapertura del caso, sostenuta da Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi. Ora l’istanza è stata ripresentata, circostanziata da perizie sulle lesioni del corpo incompatibili con la caduta, sulla traiettoria di caduta incompatibile con un atto volontario, sulla calligrafia dei suoi ultimi scritti che denoterebbe coercizione. L’ipotesi da vagliare è quella che David Rossi sia stato ucciso.

Ebbene, se inquietante e senza risposta è stata finora la domanda del perché avrebbe dovuto suicidarsi, ancor più inquietante sarà ora la domanda del perché avrebbe dovuto essere ucciso. La riapertura delle indagini sulla tragica e inspiegata morte di Davide Rossi torna così di piena attualità, riaprendo speranze al bisogno di verità e contemporaneamente gettando un’ombra oscura e sinistra su Rocca Salimbeni. Anche per questo è apprezzabile il coraggio della famiglia e di chi si è battuto per riaprire il caso.

Se prima la domanda era: quali paure poteva avere Rossi per decidere di farla finita, ora la domanda è: quali paure e chi poteva nutrirle per decidere di troncare (in quel modo e in quel  luogo)  la vita altrui?

Nel primo caso era lecito pensare che le paure, quali che fossero, avevano seguito le sorti dell’uomo. Nel secondo, le paure, quali che siano, probabilmente potrebbero ancora agitare qualcuno vivo e vegeto che, se ha saputo arrivare a tanto, chissà cos’altro potrebbe essere ancora disposto a fare?