“Com’è nato il libro Affocolento?”

“Grazie a Facebook. E’ un volume nato da un social network. Avevo postato alcune mie poesie sulla bacheca, sono stata notata dalla mia attuale editor, che mi ha spronato a proseguire, e sono venuti fuori questi racconti sui retroscena della vita che ho trascorso, come cuoca, nelle cucine di diversi ristoranti. Ma non solo. Il libro tratta anche di momenti privati, a partire dalla mia infanzia”.

La tua idea di cucina. Molecolare, alla Ferran Adrià, tradizionale oppure tradizionale ma re-inventata?

“Assolutamente tradizionale. Ma la mia “conditio sine qua non” del mio concetto di cucina, che si esprime anche in questi racconti di “Affocolento”, è la convivialità. Senza questo prezioso ingrediente anche il piatto più buono perde il suo fascino”.

C’è un primo, un secondo o un dolce a cui sei particolarmente legata, un profumo che ti ricorda l’infanzia?

“Sono affezionata ai pici ai ragù, che preparavo con mia nonna Nella, oggi arzilla ottantotenne, quando ero bambina. Ai pici ho dedicato un intero racconto”.

Perché hai scelto come titolo “Affocolento”?

“E’ un omaggio a mia nonna e al vivere con lentezza in generale. Per cucinare ci vuole tempo e pazienza, la fretta molto spesso è una cattiva consigliera. Per farla breve, non fidiamoci molto della fiamma alta, che qualche volta può giocare dei brutti scherzi”.