coperta guida cerveteri“Nella vita degli uomini ci sono incontri che si fanno destino ed incontri che fanno parte di un destino. Come certi amori autunnali, che odorano di foglie morte e di muschio, che sanno di terra bagnata, di castagne e di forre. Sono questi gli amori che sfiniscono la vita e avvelenano l’esistenza, senza ucciderla. Come i violini di Verlaine (“Singhiozzi lunghi / dai violini / dell’autunno / mordono il cuore / con monotono / languore”), come i colchici di Apollinaire (“Il prato è  velenoso ma bello in autunno / Le mucche pascolandovi / Lente vi s’avvelenano / Vi fiorisce color d’occhiaia e di lillà / / Il colchico”). Recano con sé lacrime e veleno, che rigano il volto e intorpidiscono la lingua e le estremità degli arti. Ma non uccidono, quasi mai”.

Il dolore lo s’incontra a un angolo della vita, il dolore lo s’incontra a una svolta della Storia. In quegli istanti, d’improvviso, ci si scopre inermi, indifesi, fragili. Anche se ci siamo fatti un nome negli ambienti letterari o nei salotti che contano. Anche se le nostre poesie vengono lette e imparate a memoria, studiate e imitate. Ma quando il dolore ci viene incontro, quando il male che è dentro di noi e fuori di noi ci aggredisce, non c’è pubblico o fama che ci possa aiutare. Scende la notte e inizia un lungo inverno, il canto si spegne e l’esistenza si fa attesa.

Anna Achmatova (1889-1966) nel giro di pochi anni, nel secondo dopoguerra, venne espulsa dall’Unione degli scrittori russi con l’accusa di disimpegno politico, si vide bloccata l’uscita di una nuova edizione selle sue poesie, l’amato figlio Lev venne arrestato una seconda volta, il terzo marito, Punin, fu mandato a morire in un gulag della Siberia. Alda Merini (1931-2009), che già all’età di sedici anni era stata internata per un mese nella clinica “Villa Turro”, dal 1965 al 1972 venne ricoverata per sette lunghi anni nell’ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano, dove le stanze, ha scritto Eugenio Borgna, erano “pietrificate dal silenzio e dalla oscurità”. Antonia Pozzi (1912-1938) si tolse la vita in una nebbiosa giornata di dicembre, dopo che era stata costretta a interrompere, per volere della famiglia, la storia d’amore, durata tre anni, con Antonio Maria Cervi, il suo  insegnante di latino e greco.

Anna Achmatova, Alda Merini, Antonia Pozzi, sono state tre grandi poetesse e, ancor prima, tre grandi donne. Partendo da un episodio della loro esistenza (l’incontro dell’Achmatova con Isaiah Berlin in un piccolo appartamento sulla Fontanka, a Leningrado, l’esperienza del manicomio della Merini, il tenace e protratto desiderio della Pozzi di dare un figlio al suo compagno) e muovendo per ciascuna di loro da un testo, rispettivamente In sogno, Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento, Saresti stato, ho inteso non solo mostrare il senso e i modi del loro fare poesia, ma, ancor più, offrire uno spaccato del loro quotidiano, nel momento stesso un cui si trovarono a convivere con  la sofferenza. Tre donne, dunque, si viene a collocare tra il saggio di critica letteraria e il racconto di un’esistenza – espressione che io preferisco a quella comunemente usata di biografia -, convinto come sono che una piena intelligenza del fatto artistico si possa avere unicamente riconoscendo uguale importanza all’opera e all’autore. E tuttavia Tre donne è un libro che parla anche a tutti noi e di tutti noi, del dolore che inatteso e devastante sopraggiunge e dei nostri sforzi per non soccombere ad esso, della fragilità che costituisce la nostra “cifra” di creature e della nostra disperata capacità di resistenza. E’ proprio dei grandi poeti, infatti, nel momento stesso in cui  scrivono intorno al loro specifico e individuale destino, a quello che una volta Paul Celan ha definito “l’angolo d’incidenza della propria esistenza”, dare voce, assumendole su di sé, a tutte le vite di tutte gli uomini, a quell’insieme di esperienze, emozioni, aspirazioni e delusioni, che connotano il nostro “essere-nel-mondo”.